koka

Nr. 149 / 12 shkurt 2012

aluk

 

Perché senza Berisha ed Edi Rama?

Fatos Lubonja

Nel precedente articolo, intitolato “Incapaci di un inchiesta a vasta partecipazione”, partendo dal fatto che, in situazioni di crisi, come questa, si creano le condizioni per una riflessione più profonda, poiché si sente il bisogno che non siano ripetute, ho fatto la proposta (e non per la prima volta) di condannare i leader dei due partiti, come necessità di cambiamento delle cattive politiche che hanno bloccato il paese. Dicevo questo riferendomi alle possibilità legali e morali che il 21 gennaio implica per questo, tenendo però conto anche del loro passato ed i pericoli che provengono da loro per il futuo. Le reazioni (altresì note) erano svariate. La categoria dei militanti difendeva il loro leader incolpando esclusivamente l’altro, ossia con la pretesa che, siccome essi sono i più votati non abbiamo motivo di rimuoverli e che per questo tutto dipende dal voto. Un altra categoria ammette il problema ma non la soluzione proposta. Secondo loro, niente cambia col cambiamento dei leader, poiché verranno altri che si comporteranno come i loro predecessori. Questi portano addirittura esempi dei più giovani, sia qui che in Kosovo, che si comportano nella stessa maniera, con il culto dell’individuo invece dell’istituzione. Ed infine, sono in tanti quelli che dicono: “Hai ragione, ma questi sono diventati sempre più potenti, perciò nessuno osa sfidarli”. Alcuni di loro mettono in evidenza non solo il loro crescente culto dell’individuo, ma anche i potenti monopoli ed oligopoli nel paese, i loro media, e addirittura gli internazionali, che, in fin dei conti, è con questi che stanno operando.
Accettando l’idea che “questi” sono sempre più potenti, per molti dei suddetti motivi e che perciò non è facile quello che io propongo, a mio avviso, paradossalmente è proprio per questi motivi che essi sono anche più deboli che mai, pertanto questo diventa ancora più possibile. Questo non solo perché i loro danni e la consapevolezza di questi danni, nonostante tutti gli sforzi desinformanti dei media che li supportono, sono sempre maggiori tra le persone, ma anche perché una tale politica, che mira ad indebolire fino a distruggere l’altro, comporta dei risultati devastanti anche per loro stessi. Resta fermo senza dubbio l’argomento di coloro che dicono che non si tratta di cambiamento dei leader, ma della cultura. Ma, quando dico che bisogna cambiare i leader, non intendo semplicemente proprio Berisha e Rama, ma il “ruolo” che questi individui e coloro vicini ad essi hanno avuto nel “dramma” imposta dal “regista”, come metaforicamente chiamerei la dominante cultura, specie fra i militanti e l’intero sistema politico-economico che li segue, criminalizzato più che mai. La loro punizione come leader non è dunque da intendere come punizione di due individui ma anche una punizione nel senso simbolico e culturale di un modello di leader e di una mentalità del fare politica che ci ha portati e rischia ancora di portarci fino ad ammazzarci l’uno con l’altro. Qui devo aggiungere anche che in questa punizione non bisogna ignorare le loro caratteristiche individuali. Non tutti gli attori sono pronti a fare la loro parte da protagonista che fa Berisha o Rama in questo dramma. Essi posseggono tali caratteristiche individuali che “un altro regista” non li sceglierebbe come protagonisti in “un altro teatro”. Io, dunque, penso che abbiamo la possibilità di un altro regista e di altri attori protagonisti. Senza metafore, e senza negare gli argomenti di coloro che sono pessimistici per il futuro, io insisto che vi sono, comunque, non pochi dati che dimostrano che questa società è tanto matura per sembrarle normale un’altra antropologia di leader diversa da quella di Berisha e Rama, che, a mio avviso, sono molto simmetriche l’una con l’altra, nonostante coloro del campo socialista giudicano Rama diverso da Berisha, dicendo che questo non ha ucciso, mentre l’altro ha ucciso, dicendo che questo l’abbiamo provato, mentre l’altro non l’abbiamo provato. Vorrei aprire una parentesi per questa osservazione. Il mio giudizio è che Rama l’abbiamo provato e non poco per vedere che egli, anche se non in livelli di onnipotenza (come Ministro della Cultura e come Sindaco) ha dimostrato un spaventoso grado di personalizzazione dell’istituzione, disinteresse verso la legge, corruzione e collaborazione con il crimine, nonché uno spaventoso grado di tendenza a controllare ed “uccidere” ogni spazio libero esistente in questo paese. Solo gli stupidi o quelli che cercano di usarlo per risolvere i loro problemi personali possono credere che nella posizione dell’onnipotente agirebbe diversamente. Devo ricordare altresì che è lui che portò il PS un passo indietro, eliminando anche una tradizione che Fatos Nano cercò di instaurare, quello di allontanare il leader nel caso di perdita, diventando cosi ancora più simmetrico con Berisha.
Per ritornare all’argomento della maturità: io giudico che vi sono non pochi e non meno importanti indicatori che questa società è matura al punto di accettare un leader con un’altra antropologia.
Anzitutto, porterei il fatto che questa società ha sofferto tanto a lungo da questo “dramma politico” di un permanente conflitto e da questi attori politici, da sviluppare da tempo la consapevolezza di un altro tipo di leader. Questa, infatti, è una crisi assai ripetuta che nella sua profondità si può definire in questo modo: la feroce battaglia al potere dei due partiti con mentalità autoritaria e con leader autoritari, a causa della quale, invece di avere un dialogo ed una dialettica dei contrari che portano sviluppo, abbiamo un totale e mutuo rifiuto di ambedue le parti che non permettono il ragionevole, ed insieme a questo, non permettono alla società di fare dei passi avanti, anzi, la tengono bloccata. Nello stesso tempo, questa mentalità autoritaria non blocca solo il dialogo e la dialettica, ma anche gli strumenti che la devono mandare avanti, cioè le istituzioni. Voglio insistere che questa è un opinione alquanto diffusa oggi tra gli albanesi e gli sforzi ad incolpare solo ad una delle parti, come fanno i partiti ed i loro protagonisti, non sono affatto convincenti sia per gli albanesi che per gli internazionali che seguono i processi nel paese. La punizione, dunque, deve essere su entrambe le parti. Devo, altresì, ricordare che questo non è un nuovo bisogno. Questo è stato espresso anche con un forte appoggio del popolo e degli attori internazionali, anche quando Erion Veliaj costituì il movimento “Mjaft!” (“Basta!”), che in fin dei conti, e con la benedizione anche degli attori internazionali, mirava ad allontanare Nano e Berisha, come rappresentanti della vecchia ispirazione. Notiamo oggi che le persone nel Partito Socialista sono le stesse, e che addirittura Nano stesso sta ritornando con la speranza di diventare Presidente, poiché l’esperienza dei socialisti lo ha reso più democratico di Rama. Se Velija e i suoi, che divennero protagonisti in politica proprio grazie a questo movimento, non li disturba più questo fatto, poiché “dissolti” nel sistema che denunciavano, o poiché non erano tanto sinceri nel loro movimento, questo non significa che i motivi per dire “basta!” alla vecchia classe politica attraverso il cambiamento del suo leadership si siano spenti. Essi sono diventati ancora più acuti.
In secondo luogo, anche la stima positiva riferitagli da un grande numero di albanesi alla natura più tollerante e più aperta verso la critica, nonché più pronta a dimettersi di Fatos Nano, dimostra che esiste negli albanesi la consapevolezza della superiorità di un leader diverso. Vorrei sottolineare anche il fatto che Lulzim Basha impostò la sua campagna elettorale facendo la parte di un leader aperto, contro l’odio, evitando addirittura Berisha, il che dimostra che i sondaggi delle compagnie che hanno organizzato la su acampagna elettorale hanno parlato di una compiacenza per questo tipo di leader da gran parte degli albanesi.
In terzo luogo, un gran numero di albanesi sono ormai ben informati su quanto avviene nel mondo democratico. Molti di loro li senti fare dei paragoni con questi paesi anche per quanto riguarda il fatto che i leader dei partiti o dei governi cambiano continuamente in questi paesi, producendo uno sviluppo più veloce ed una maggiore democrazia. È vero che noi, in questo aspetto, abbiamo imitato di più i casi dell’Italia o della Grecia, con i quali siamo anche più vicini nel senso culturale, dove i leader dei partiti non cambiano tanto spesso, comunque gli albanesi hanno visto che questi, dimostrano di sapere condividere il potere con gli altri, sanno dialogare, fare autocritica, riconoscere gli aspetti positivi dell’avversario, che la battaglia la fanno al parlamento e non con le pietre per le strade, e soprattutto sanno rispettare le altre istituzioni, a partire da quella del voto libero.
L’unica cosa che rende oltremodo difficile la mia proposta allora, non è la consapevolezza degli albanesi ma la loro incapacità di trasformare questa consapevolezza in un atto, questo anzitutto a causa del fatto che gli interessi della maggioranza di coloro che direttamente o indirettamente dettano oggi l’opinione in Albania, sono avvolti intorno a questi due leader, e che è nell’interesse di gran parte d’essi questa feroce battaglia fra le due parti, fuori dal controllo delle istituzioni, poiché in questo modo difendono i loro interessi personali grazie al legame di fedeltà verso il leader, ossia, perché, come ho già detto un’altra volta, non sono in grado di fare altro che il mercenario di un esercito o dell’altro, senza essere in grado di capire che in lunghi termini, questo è anche contro i loro interessi. Per questo stesso motivo penso che la tragedia del 21 gennaio deve essere trattata sotto la luce della consapevolezza del bisogno di punizione del leader fuori e sopra le istituzioni, se non vogliamo che altre tragedie, forse anche più gravi del 21 gennaio, ci dettino questo cambiamento.

 

 

aluk

Kthehu tek nr.149